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per gli scribi

Toulouse en érasmienne

domenica 20 maggio 2018

"Non è sempre la disoccupazione che fa il danno"

Questo post me lo ha strappato una ricetta. L'insalata con le arance.

«– Chissà! – dissi io. – C’è anche lì disoccupazione.
E che importa la disoccupazione? – disse lui. – Non è sempre la disoccupazione che fa il danno… Non è questo… Non sono disoccupato, io.
Indicò gli altri piccoli siciliani intorno.
– Nessuno di noi lo è. Lavoriamo… Nei giardini… Lavoriamo.

[Basta non fare troppo gli schizzinosi... il lavoro c'è]
E lui, piccolo siciliano, restò muto un pezzo nella speranza, poi guardò ai suoi piedi la moglie bambina che sedeva immobile, scura, tutta chiusa, sul sacco, e diventò disperato, e disperatamente, come dianzi a bordo, si chinò e sfilò un po’ di spago dal paniere, tirò fuori un’arancia, e disperatamente l’offrì, ancora chino sulle gambe piegate, alla moglie e, dopo il rifiuto senza parole di lei, disperatamente fu avvilito con l’arancia in mano, e cominciò a pelarla per sé, a mangiarla lui, ingoiando come se ingoiasse maledizioni.

– Si mangiano a insalata, – io dissi, – qui da noi.
– In America? – chiese il siciliano.
– No, – io dissi, – qui da noi.
– Qui da noi? – il siciliano chiese. – A insalata con l’olio?
– Sì, con l’olio, – dissi io. – E uno spicchio d’aglio, e il sale…
E col pane? – disse il siciliano.
– Sicuro, – io risposi. – Col pane. Ne mangiavo sempre quindici anni fa, ragazzo…
– Ah, ne mangiavate? – disse il siciliano. – Stavate bene anche allora, voi?
– Così, così, – io risposi.
E soggiunsi: – Mai mangiato arance a insalata, voi?
– Sì, qualche volta, – disse il siciliano. – Ma non sempre c’è l’olio.
– Già, – io dissi. – Non sempre è buona annata… L’olio può costar caro.

[C'è il lavoro, ma non c'è il pane]

– E non sempre c’è il pane, – disse il siciliano. – Se uno non vende le arance non c’è il pane. E bisogna mangiare le arance… Così, vedete?
E disperatamente mangiava la sua arancia, bagnate le dita, nel freddo, di succo d’arancia, guardando ai suoi piedi la moglie bambina che non voleva arance.
– Ma nutriscono molto, – dissi io. – Potete vendermene qualcuna?
Il piccolo siciliano finì d’inghiottire, si pulì le mani nella giacca.
– Davvero? – esclamò. E si chinò sul suo paniere, vi scavò dentro, sotto la tela, mi porse quattro, cinque, sei arance.
– Ma perché? – io chiesi. – E’ così difficile vendere le arance?
– Non si vendono, – egli disse. – Nessuno ne vuole.
Il treno intanto era pronto, allungato dei vagoni che avevano passato il mare.


[Il pane non c'è perché non si può comprarlo. Non si può comprarlo perché non c'è il salario. Nel 1941, con la guerra e Mussolini.]

All’estero non ne vogliono, – continuò il piccolo siciliano. – Come se avessero il tossico. Le nostre arance. E il padrone ci paga così. Ci dà le arance… E noi non sappiamo che fare. Nessuno ne vuole. Veniamo a Messina, a piedi, e nessuno ne vuole… Andiamo a vedere se ne vogliono a Reggio, a Villa San Giovanni, e non ne vogliono… Nessuno ne vuole.
Squillò la trombetta del capotreno, la locomotiva fischiò.
– Nessuno ne vuole… Andiamo avanti, indietro, paghiamo il viaggio per noi e per loro, non mangiamo pane, nessuno ne vuole… Nessuno ne vuole.»

Elio Vittorini, Conversazione in Sicilia.

Ma oggi? Oggi, che la guerra non c'è - dicono - oggi che a Palazzo Venezia è un bel po' che non si è visto il cranio pelato, oggi che la dittatura non c'è, oggi: che ne è dei nostri salari

Aggiornamento: La sparizione dei salari va di pari passo con quella dei contratti di lavoro. Quando ci sono, i contratti coprono diverse cose, compreso il riconoscimento degli infortuni e degli incidenti sul lavoro. Oggi, uno di quei lavori cui sono costretti non più solo gli studenti ma chiunque, la consegna dei pasti a casa, così economici e così comodi per chi al ristorante non può più andare perchè appunto, i salari non lo permettono, ma tanto basta adattarsi un po', sacrifcarsi un po' e via moraleggiando, può costringerti a ritmi disumani o a perdere il tuo lavoro, cioè a non venire più chiamato, se non soddisfi il cottimo imposto. E se corri per cercare di soddisfarlo, e finisci sotto a un tram, e ti amputano una gamba, non hai diritto a nulla, perché il tuo non è un rapporto di lavoro subordinato, non hai un contratto,  quindi non puoi avere un incidente sul lavoro anche se per lavoro guidi nelle strade cittadine tutto il giorno.
Ricordiamoci quello che ci hanno detto: non bisogna essere schizzinosi. Consumiamo di meno, è così moderno e responsabile: da oggi basterà una scarpa sola.

giovedì 3 maggio 2018

Ragazze del maggio

Va molto di moda oggi descrivere, da parte di chi non ne ha peraltro conoscenza diretta, gli avvenimenti del maggio '68 francese, o comunque di quegli anni, come una serie di atti più o meno teppistici dovuti a una ristretta banda di ragazzi ricchi e viziati che sarebbero divenuti tutti, negli anni successivi, cantori e profittatori del liberismo economico. Senza dimenticare, ovviamente, una pretesa libertà sfrenatamente godereccia che le donne (e povere matte facilmente traviate, si sa) avrebbero potuto ottenere grazie alla legge sul divorzio e al controllo della fecondità permesso dagli - evidentemente - angosciosamente diabolici anticoncezionali che per fortuna qualcuna (ma sempre troppo poche) ancora si ricorda di poter, responsabilmente, utilizzare, per poter, responsabilmente, procreare non a casaccio, bensì nelle condizioni migliori per poi crescere, godendosela (la prole), una prole serena.
Al di là di qualche scontato percorso individuale, nulla di più falso e soprattutto di meno provato. Le ricerche sui partecipanti a quel periodo incontrano numerose difficoltà nel ricostruirne la condizione socio-economica, e purtroppo simili indagini sono ancora scarse e assolutamente insufficienti. Le poche che sono state tentate con approccio scientifico anziché letterario fideistico a fini etici non permettono di trarre simili conclusioni(1). Ragazzi viziati e anche peggio erano invece questi, che però non appartenevano propriamente al movimento studentesco.

Con questi pensieri in testa  si ascoltano in questi giorni alla radio francese una serie di documentari sul maggio'68. In Francia si ha molta meno paura della propria storia, e i discorsi attorno ad essa sono più disinibiti e con un approccio più scientifico e meno perbenista rispetto a quello tenuto dai patri media. Les pieds sur terre propone una serie di reportage sulle ragazze del maggio, in cui condizione socioeconomica, istituzioni, costume, rivolta e lotta di classe si intrecciano, come si intrecciavano allora, venendo messe in discussione da un rifiuto generazionale e di classe insieme, e come si intrecciano oggi, senza che nessuno più ci faccia caso o si ribelli davanti alle barriere economiche che separano in maniera sempre più netta i membri di una società che ha rinunciato alla mobilità sociale.

Quella mobilità che ha visto il suo culmine, anziché la sua negazione, negli anni del maggio, nel senso che allora arrivarono all'università i figli delle socialdemocrazie instauratesi nel dopoguerra e poterono, per pochi brevi anni nella storia del continente, garantirsi non solo un futuro migliore, ma un passaggio in massa di ceto sociale, ben presto riassorbito nei decenni che seguirono, sino all'attuale restaurazione dei modelli di vita del capitalismo liberista ottocentesco.
Altro che ragazzi viziati.

"A maggio '68 vado a scuola, ho quindici anni. L'agitazione non la conosco ancora ma da quindicenne comincio a svegliarmi al mondo e le mie compagne con me. Nel mio liceo di duemila ragazze nella banlieu parigina a Sceaux l'istruzione non è mista. Il regolamento è molto severo, soprattutto per le ragazze. Proibito truccarsi, portare i pantaloni tranne in inverno quando la temperatura scende sotto una certa soglia. Obbligatorio portare un grembiule che deve essere sempre blu con il nome e la classe dell'allieva ricamati sopra, per cui ogni membro dell'amministrazione può sapere di chi si tratti. Questo facilita il lavoro di sorveglianza. Da quando andavo a scuola era così, per cui era normale. Ma c'erano alcune grandi a cui tutto ciò sembrava insopportabile, alcune venivano per esempio truccate e le professoresse le mandavano all'amministrazione e rischiavano di venire espulse. Un giorno, ed era una cosa eccezionale, vedo un gruppo riunito in cortile, almeno duecento ragazze e scorgo il profilo della vicepreside, vestita ancora come Marie Curie, con le gonne lunghe, si distingueva da lontano. Era insolito vederla in cortile e la sua presenza richiama ancora più ragazze perché la vicepreside è sempre nel suo ufficio. Ella viene sul nostro territorio e questo provoca sorpresa. Viene nel nostro territorio e questo vuole dire che sta succedendo qualcosa, bisogna esserci. Sta cercando una ragazza che è protetta da un gruppo che sta andando verso il bagno. L'alunna che sfuggiva alla vicepreside portava i jeans. Era una provocazione perché i jeans sono proibiti, i  jeans erano il male perché erano poco corretti. Per delle ragazze del'68 portare i jeans è il male. La ragazza sapeva che rischiava di farsi espellere, ma era protetta da molte persone, molte più delle sue amiche. Era una vera manifestazione che si stava verificando al liceo. C'erano troppe ragazze perché lei potesse prenderla. Le ragazze corrono, sono più giovani, la vicepreside non riesce a entrare nel gruppo, ha una sua dignità, cammina lentamente, e si aspetta una reverenza che oggi nessuno le dà. Segue il gruppo ma non entra in mezzo a loro, perché il gruppo non la lascia entrare. Tutto il gruppo arriva ai bagni e ci si chiude dentro, per cui la vicepreside non sa chi c'è. La ragazza sapeva che era proibito mettersi i jeans, aveva in borsa la gonna, se la rimette, esce e la viceopreside non ha mai saputo chi avesse fatto questa provocazione.
Per me è l'inizio di un movimento, un movimento in cui voglio esserci. Dei ragazzi che si mettono insieme per fare qualcosa, non penso ancora allora per cambiare il mondo, ma lo penserò presto, dall'inizio di maggio: perché quando ci si mette insieme si possono fare grandi cose."

Solo questione di moda e di nuovi consumi alla USA style? O voglia di affermare il proprio corpo e la propria femminilità invece di nasconderla sotto il chador alle ossessioni del censore di turno?
No, tutt'altro.

Ci dicono che il progresso è la felicità: fate un passo avanti. È un progresso ma non mai è la felicità. E se provassimo altro?
Cosa fate? la Rivoluzione!

"Nel 1967 ho appena passato un anno formidabile al liceo, in filosofia. Ancora più straordinario che fossi una delle rare allieve che veniva da un ambiente operaio, quasi tutte venivano dalla media o alta borghesia. Mio padre era un tagliapietre, veniva dall'Italia. Aveva trovato lavoro come muratore era venuto a prendere la famiglia e io sono arrivata in Francia allora, nel 1951. Eravamo in un liceo di sole ragazze, professori solo donne. Vietato truccarsi, portare i pantaloni tranne se faceva molto freddo e bisognava comunque metterci una gonna sopra [! ma quanto odio, quanta ossessione frustrata può suscitare un corpo di giovane donna?], tutto questo era l'atmosfera. In questo contesto arriva un professore di filosofia, un uomo che all'epoca non aveva trent'anni, 25-26 penso straordinario. Faceva teatro, arrivava stanco, si sedeva sulla cattedra anziché dietro. ci faceva urlare perché ci parlava dell'enfant polymorphe, du pervers polymorphe. E' stata una rivelazione per me, ma ero un po' timida, non mi mettevo in evidenza.
Ha cominciato a andare al caffè con alcune allieve, a Pasqua. Morivo dalla voglia di andarci, non ero mai andata al caffè. Mia mamma mi aveva dato un'educazione molto rigida, non potevo uscire... Allora ho cominciato anche io ad andarci di nascosto. Non parlavo, ascoltavo le altre che in più andavano a teatro, al cinema. Questo professore è stata una rivoluzione personale. Mi dicevo questo professore diversamente dagli altri, non ha paura di scendere dal suo piedistallo, mi apre tutto, io capisco che si può vivere in modo diverso da quello che mi si dice, vedo la vita davanti a me. Sono piena di entusiasmo. Decido che voglio andare all'università, di studiare. E allora coup de théâtre: la direttrice della scuola mi convoca, mi spiega che io sono straniera, che non ho diritto a una borsa di studio, che d'altra parte è vero che sono una buona allieva, ma non brillante, e che ella mi consiglia vivamente di andare all'università ma a imparare un mestiere e prendermi un diploma tecnico di segretaria. E' un colpo terribile, ma siccome sono una donna ragionevole, mi dico, be' è vero io non sono un genio, mi iscrivo e vado al tecnico ma col cuore spezzato. Mi ritrovo che al liceo ero con un certo tipo di persone, media e alta borghesia e lì mi ritrovo con dei figli di operai o piccoli artigiani e mi dico: guarda che strano.
Mi annoio terribilmente con la stenografia, la dattilografia, ci sono solo le lezioni di francese e storia che m'interessano un po', poi tutto il resto, il diritto commerciale, boh. I miei già volevano farmi smettere di studiare, adesso sperano che porti presto una paga a casa, quindi sono ben contenti, anche se trovano che sia un po' lungo, ma dopotutto imparo delle cose che potranno servire a qualcosa.

A maggio mio padre si ammala. È ricoverato alla Salpêtrière, in piena Parigi, noi abitavamo in banlieu. Io non andavo mai a Parigi, forse solo una o due volte l'anno a vedere i grandi magazzini di Boulevard Haussmann. Ma ora per tutto maggio, vado tutti i giorni a fianco del Quartier Latin mentre mio padre sta morendo, con i manifestanti ovunque. È un momento molto forte perché mi dico c'è una violenza terribile intorno a me e capisco corrisponde a ciò sento in me stessa, questa violenza. Quando torno a casa ascolto la radio e  comunque sento le deflagrazioni che scoppiano dall'altro lato della Senna. Per tutto il mese di maggio per me ci sono queste due cose: maggio '68 le rivolte e le barricate di fianco, mio padre sta morendo vicino al Quartier Latin. Quando mio padre muore ho l'impressione che me lo avessero fatto rinnegare, spesso mi vergognavo che venisse a prendermi al liceo, con il suo berretto e l'aria stanca. Anche mia madre si vergognava di avere un marito operaio. Voglio riscattarmi e compro La condizione operaia di Simone Weil e Elise ou la vraie vie e attraverso tutta la Francia con questi due libri sotto braccio nel carro funebre, insieme alla salma di mio padre, lo riportiamo per seppellirlo nella tomba che si è scolpito da solo, in Italia. Senza benzina [gli scioperi in corso allora hanno bloccato i rifornimenti e i trasporti in tutto il paese. Cosa che le raffinerie tenteranno invano di fare scioperando al momento dell'approvazione della loi travail due anni fa], con delle taniche, fino al villaggio dove sono nata. Verso la fine di maggio, perché le camere mortuarie erano debordanti, non si seppelliva più.
Non rientro subito in Francia, resto in Italia, in montagna, dove vive mia sorella. E una sera in un bar incontro un giovane, appoggiato al bancone. Un giovane operaio francese. Manovale, lavora in una fabbrica e mi avvicino, ascolto e ho con me i libri e mi chiede cosa siano. Deve trovarmi un po' troppo beneducata. Lui, scende dalle barricate, deve avere ventiquattro, venticinque anni, ha cominciato a lavorare a quattordici. È totalmente deluso, credeva che nulla sarebbe stato più come prima. Lui, i ragazzi che sono con lui anche credevano che fosse la volta buona, che non avrebbero più lavorato come prima, con i capetti ecc. È in piena ribellione. Mi affascina, quindi m'innamoro e poi anche lui. Penso che abbiamo entrambi molta paura. Lui ha paura di non essere alla mia altezza, io ho paura che mi trascini in qualche cosa di più grande di me e non so dove vado. Abbiamo molta paura. Sappiamo che viviamo entrambi nella banlieu parigina e decidiamo di rivederci a settembre. Torniamo a Parigi e una sera ben presto, viene... Mia madre è molto delusa, sperava che sposassi uomo perbene, che mi facesse fare una vita confortevole. Quando vede che sto con un proletario è la catastrofe totale, non è affatto contenta.
Continuiamo a vederci regolarmente e decido che è a quest'uomo che voglio offrire la mia verginità. È molto simbolico e trovo che sia un magnifico regalo che gli faccio. Sono molto felice, voglio fargli una sorpresa. Ma non voglio assolutamente restare incinta. Quindi mi dico che devo prendere la pillola che è appena arrivata sul mercato e prendo appuntamento da un ginecologo vicino a casa mia. È la prima volta in vita mia. Il medico mi spiega che io non sono maggiorenne e quindi non se ne parla se non ho l'autorizzazione dei genitori. Lo vivo come un'umiliazione perché sto parlando della mia sessualità a qualcuno e non l'ho mai fatto. Non ho mai visto nudi né mia madre, né mio padre, né mio fratello, nessuno. Lui mi spiega che non si fa così, una ragazza deve rimanere pura fino al matrimonio, mi fa la morale! Io sono cristiana, faccio la comunione tutte le domeniche, quindi lui fa leva su questo tasto. Dunque me ne vado così, senza niente, arrabbiata e umiliata. Ma sono testarda. E avevo sentito parlare di una ragazza che era stata da un medico che le ha dato la pillola.
Prendo appuntamento con questo medico, ancora un uomo, a Montparnasse, vicino al Jockey Club,
un quartiere dove le persone hanno costumi liberi. Quando arrivo da lui, mi chiede quanti partner ho. Resto a bocca aperta. Gli rispondo che ne ho uno solo, e che in realtà non ce l'ho, gli spiego la storia della verginità. Lui doveva essere meravigliato e divertito da tutto questo.
Bene, la visito, basta che tolga gli slip, tenga le calze, appoggi le scarpe... cado dalle nuvole, non pensavo che dicesse una cosa simile. Non ho mai mostrato il mio sesso a nessuno, soprattutto a un uomo. Sono là, senza muovermi... Mi ricordo solo che mi sentivo molto stressata, ma voglio la mia pillola! Lui mi dà la pillola, una ricetta, senza analisi, dosi Mauss. Per venti giorni dopo il quinto giorno dalle mestruazioni prendo la mia pillola, sto male tutto il tempo, sono dosi piuttosto forti, non lo dico a nessuno, faccio tutto di nascosto. Quando arriva il giorno penso ecco, ci siamo, sono protetta posso fare l'amore con quest'uomo e posso dirgli ti offro il mio corpo e sono completamente emozionata e felice, davvero. E' sabato un pomeriggio, arrivo e non so troppo bene come conduco la cosa e gli dico che ecco, io che sono vergine, italiana, cattolica, ecc., io gli offro, fuori dal matrimonio, gli sto regalando una notte d'amore. A questo punto lui è assolutamente stordito, rattristato, non capisce. Ha l'impressione che io sia una stratega del sesso, non so, qualcosa che non corrisponde all'idea che ha di me come di qualcuno puro e semplice, è completamente sconvolto... e allora gli dico ma, tu dici, la rivoluzione sessuale, e la libertà... è quello che tu dici, e la sola cosa che riesce a dirmi, sono abbastanza sicura che me l'ha detto: "Sì, ma tu, tu ti abbassi a comportarti come una donna qualsiasi che prende la pillola per scopare con qualcuno, eh". Lui... normalmente è la donna che propone e l'uomo dispone. Qui è il contrario. Per me è una ferita profonda, anche per me, una delusione enorme, così me ne ritorno a prendere il métro, piangendo. Ho l'impressione che lui non ha capito che era un regalo per lui. Dunque, mi allontano, sono infelice e piango. Ho l'impressione che non arrivi a uscire da tutto questo, a cambiare davvero.
C'è una teoria e poi c'è la pratica. E quando la pratica riguarda il tuo corpo, e soprattutto il corpo della tua compagna, là diventa un problema."
 
In questa testimonianza confluiscono i molteplici elementi che provocarono gli avvenimenti di quegli anni. La riflessione sulla propria condizione sociale, l'influenza e la confluenza tra spazi, tempi, costumi, aspirazioni. tutto esplose a livello collettivo, nell'incontro durato un breve tempo sospeso, prima che l'ordine riprendesse il suo corso, ma per un breve spazio di anni venendone rallentato e deviato. A livello individuale da parte di questa ragazza men che ventenne promana uno straordinario senso di responsabilità e di serietà. Una consapevolezza e capacità di gestione del proprio desiderio e del proprio corpo, da cui molte donne di oggi avrebbero da imparare.

(1) Si possono ricordare:
Luigi Bobbio, Lotta continua, storia di un'organizzazione rivoluzionaria, Roma, Savelli, 1979.
Mai-juin '68, dir. Dominque Dammamme, Paris, L'Atelier, 2008.
68 une histoire collective, dir. Philippe Artières, Paris, La Découverte, 2008.
Changer le monde, changer sa vie, dir. Olivier Fillieule, Arles, Actes sud, 2018.
Après '68. Les devenirs pluriels des militantes et militants rennais (di prossima pubblicazione).

venerdì 27 aprile 2018

Scrivere e no

E Primo non leggere.

Per me era innanzitutto l'autore di due stupendi libri, stupendi prima di ogni altra valutazione più razionale e compiuta. E della prefazione a un altro fondamentale libro, in cui giustamente inveiva contro un funzionario ministeriale che per commemorare l'invenzione della stampa aveva pensato bene di sbrigarsela con un opuscolo intitolato "Libro e uomo".
Tutto il peggio della incultura italico-democristiana, tutta la democrazia incompiuta del nostro soffocante paese si legge in controluce in questi suoi libri.
Oggi pirato questo testo troppo breve di Luciano Canfora dal Corriere della Sera.
Molto triste.

«Illustre signor presidente, con questa lettera le invio le mie formali dimissioni da membro della Medieval Academy of America (…). Le mie convinzioni politiche e la mia stessa coscienza mi impediscono di continuare ad avere una qualsiasi forma di rapporto con l’America ufficiale. Oggi, agli occhi dei miei compagni di lotta e della stessa opinione pubblica borghese di ogni Paese d’Europa e del mondo, gli Usa, il loro presidente, la loro classe dominante appaiono come la vivente reincarnazione della Germania fascista, del suo feroce capo, della crudele e assurda gerarchia nazista. (…) Oggi è giusto troncare ogni rapporto con gli Usa che, nell’uso spietato della forza, nel massacro generalizzato di un popolo, identificano i propri principi e regole di comportamento». In piena guerra degli Stati Uniti (presidenza Nixon) contro il Vietnam, Armando Petrucci scrisse e inviò questa nobile e lucida lettera, apparsa sul «manifesto» del 22 dicembre 1972 e su «Belfagor» nel fascicolo di gennaio del 1973.
Era Armando Petrucci, scomparso il 24 aprile a Pisa all’età di 86 anni, non soltanto uno dei maggiori storici della civiltà scrittoria, ma anche una coscienza civile di rara coerenza. Virtù in estinzione. Riconosciuto come uno dei maggiori medievalisti e paleografi nel panorama mondiale, prendeva in tal modo le distanze da un ambiente, quello statunitense, che suole considerarsi largitore insindacabile di riconoscimenti di per sé gratificanti e perciò compratore a buon mercato di coscienze ambiziose.
Petrucci, che è stato per eccellenza «uomo del libro», aveva incominciato ventitreenne, nel 1955, come archivista di Stato, poi bibliotecario-conservatore dei manoscritti alla Corsiniana, quindi docente a Roma con breve parentesi a Salerno e dal 1991 alla Scuola Normale pisana. Lo spazio non consente di ripercorrere la sua vastissima produzione (in cui hanno un posto di rilievo le splendide voci per il Biografico degli italiani) e perciò si impone che io dica qui il senso profondo e durevole del suo generoso insegnamento. Lo si potrebbe, a mio avviso, cogliere attraverso un raffronto dal quale egli esce vincente. Nel celebre saggio Paleografia quale scienza dello spirito Giorgio Pasquali impresse una svolta epocale ad una disciplina, la paleografia, soffocata dal tecnicismo. Fu una svolta che ricompose l’assurda frattura tra paleografia e critica testuale, giovando ad entrambe. Una svolta necessaria e, si potrebbe dire, aristocratica: feconda di effetti all’interno di una res publica di eccelsi artigiani della critica. Petrucci, uomo non incompiuto o a sviluppo parziale come tanti accademici pur capaci, uomo in cui studio (e di quale livello) e intelligenza storica (e perciò politica) si fondevano e alimentavano a vicenda, andò molto più avanti. Per lui, storia del libro, storia della scrittura e della diffusione contrastata e problematica di quello strumento che continua a rivoluzionare il mondo, divennero storia sociale in senso completo: storia dell’analfabetismo e lotta per le biblioteche da ultimo inselvatichite da nuove tecnologie escludenti e banalizzanti (fu strenuo difensore dei cataloghi a scheda, beni culturali essi stessi). Dei suoi libri vorrei ricordare: Scrivere e no (Editori Riuniti, 1987); Primo: non leggere (Mazzotta, 1976); Scrivere lettere, una storia plurimillenaria (Laterza, 2008), dei cui capitoli citerò solo «L’epistola come orazione», «Scriversi nel moderno», «Dall’epistola barocca alla sobrietà della lettera borghese (1583-1789)». A sintesi e coronamento di un cammino lungo e coerente Petrucci aveva fondato nel 1977 una rivista dal titolo emblematico: «Scrittura e civiltà».

sabato 14 aprile 2018

12 avril 1562

Et toy, Sens insensé, tu appris à la Seine
Premier à s'eingraisser de la substance humaine,
A faire sur les eaux un bastiment nouveau
Presser un pont de corps, les premieurs cheus dans l'eau,
Les autres sur ceux-là: la mort ingenieuse
Froissoit de tests les tests: sa maniere douteuse
Faisoit une dispute aux playes du Martyr
de l'eau qui veut entrer, du sang qui veut sortir.

Il ritmo spezzato dagli enjambement mozza il fiato, come l'orrore della scena i sensi. Il suono "fruessue" fa fremere e evoca il suono delle teste che strusciano le une sulle altre spinte dall'acqua.
Non mi conoscevo questa vena macabra, ma non riesco a staccarmi da un simile genio. Tutto ha un duplice se non triplice senso. In un contesto in cui ogni Sens è scomparso e l'essenza umana ridotta a concime.
Gioca con le parole, le piega, le modella, le scolpisce, docili come fossero argilla.
(Sìssì, Lucano, lo so. Ma quello che incanta è la sovrapposizione: la conoscenza perfetta del modello permette di vedere la realtà attraverso di esso, di trovare le parole per nominarla: vissute, palpitanti, amate, quindi divenute proprie.)



giovedì 12 aprile 2018

Lapsus

Domenica mi sono ritrovata senza volerlo a chiedere un presidente al banco del pescivendolo. Devo decisamente rafforzare i miei freni inibitori. Per fortuna la mia pronuncia delle nasali fa pena.




domenica 8 aprile 2018

Fers

Guerre sans ennemi, où l'on ne trouve à fendre
Cuirasse que la peau ou la chemise tendre:
L'un se defend de voix, l'autre assaut de la main:
L'un y porte le fer, l'autre y preste le sein:
Difficile à juger qui est le plus astorge:
L'un à bien esgorger, l'autre à tendre la gorge:
Tout pendart parle haut, tout equitable craint,
Exahlte ce qu'il hait, qui n'a crime le feint,
Il n'est garçon, enfant qui quelque sang n'espanche
Pour n'estre veux honteux s'en aller la main blanche.

Les prisons, les palais, les chasteaux, les logis
Les cabinets sacrés, les chambres & les licts
Des princes, leur pouvoir, leur secret, leur sein mesme
Furent marques des coups de la tuerie extreme:
Rien ne fit plus sacré quand on vit par le roy
Les autels violés, les pleiges de la foy
Les Princesses s'en vont de leurs licts, de leurs chambres
D'horreur non de pitié pour ne toucher aux membres
Sanglans & detranchés que le tragique jour
Mena chercher la vie au nid du faux amour.

Libitine marqua de ses couleurs son siege
Comme le sang des fans rouille les dens du piege
Ces licts pieges fumans, non pas licts mais tombeaux
Où l'Amour & la Mort troquerent de flambeaux.

Ce jour voulut monstrer au jour par telles choses
Quels sont les instrumens, artifices & causes
Des grands arrests du Ciel. Or des-ja vous voyez
L'eau couverte d'humains, de blessez mi-noyez
Bruyant contre ses bords la detestable Seine
Qui des poisons du siecle a ses deux chantiers pleine,
Tient plus de sang que d'eau, son flot se rend caillé,
A tous les coups rompu, de nouveau resouillé
Par les precipités: le premier monceau noye
L'autre est toué par ceux que derniers on envoye:
Aux accidens meslés de l'estrange forfait
Le tranchant et les eaux debattent qui l'a fait:
Le pont jadis construit pour le pain de sa ville
Devint triste eschafaut de la fureur civile.
On voit à l'un des boust l'huis funeste choisi
Pour passage de mort marqué de cramoisi:
La funeste vallée à tant d'agneux meurtriere
Pour jamais gardera le titre de Misere.
Et tes quatre bourreaux porteront sur leur front,
Leur part de l'infamie & de l'horreur du pont:
Pont qui eut pour ta part quatre cens precipices:
Seine veut engloutir, louve, tes edifices:
Une fatale nuict en demande huict cens,
Et veux aux criminels mesler les innocens.

Ce fut crime surtout de donner sepulture,
Aux repoussés des eaux somme que la nature,
Le sang, le sens l'honneur la loy d'humanité,
L'amitié, le devoir & la proximité,
Tous esprits & pitié, delaissés par la crainte
Virent l'ame immortelle à ceste fois esteincte.

 Non l'avevo mai letto. Deve molto a Lucano, vale a dire usa quel modello e quelle espressioni per raccontare il proprio presente, o meglio un'esperienza spaventosa che ha modellato tutta la sua esistenza. Ma ha una forza evocativa appassionata quanto razionalmente fredda, tecnicamente e retoricamente abilissima a scatenare emozioni intensissime. La musicalità dei versi è perfetta, il ritmo incalzante. Sono versi fatti per essere recitati, fors'anche cantati. Sono versi eccitati e eccitanti, in cui si esprime la memoria militante ribollente e appassionata di un combattente politico, si sollecita attraverso l'orrore del racconto la mobilitazione del proprio partito. 

Lyon, tous tes lions refuserent l'office,
Le vil executeur de la haute justice,
Le soldat, l'estranger, les braves garnisons
Dirent que leurs valeurs ne s'exerce aux prisons
Quand les bras & les mains, les ongles detesterent
D'estre les instrumens que la peau deschirerent
Ton ventre te donna dequoy percer ton flanc
L'ordure des boyeaux se creva dans ton sang.  

Sapevano già perfettamente quanto la questione religiosa sfogasse problemi economici, lotte sociali, insoddisfazioni dovute alla povertà.